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di Viviana Siviero, EspoArte No. 38 p. 40-41

Feltus & Feltus

La nascita di un collettivo è sempre segnata da un soffio del destino: dall'unione dirompe la somma di due velocità, che danzano insieme alla ricerca dell'espressione più eloquente. Feltus Feltus sono fratelli, nati per caso fra le stesse pareti, in un nido affettivo animato dai venti inquieti ed anomali dell'arte. La loro produzione è costituita da diverse serie di scatti fotografici, creati attraverso l'utilizzo di strumenti tradizionali e da video animazioni, considerabili come veri e propri film.

Entrambi rappresentano il motore trainante del collettivo, continuamente alla ricerca di un metodo democratico e sintonico per far convivere le diversità.

Americani di nascita, cosmopoliti d'adozione, hanno respirato per tutta l'infanzia le atmosfere del Rinascimento italiano. Più legato alla fotografia e al design Tobias, votato alla riflessione e all'animazione Joseph; i loro ruoli si fanno nella collaborazione, alternativamente dominanti. Gli scatti fotografici evocano in qualche modo, visioni famigliari ed imprescindibili quando si parla d'arte: Simone Martini, Filippo Lippi, ma soprattutto Paolo Uccello e Piero della Francesca, concentrati nel tentativo di superare i limiti della neonata rappresentazione prospettica. La maggior parte delle esperienze artistiche contemporanee dà per scontato ciò che fa parte del dna collettivo, quasi disconoscendo la lezione classica per paura che il confronto si dissolva nella copia. Feltus Feltus non temono la citazione, riuscendo ad arrestarsi spontaneamente allo status di suggerimento, attraente e rispettoso.

Ciò che ne scaturisce è un mondo autonomo in cui, dall'oscurità, prendono forma elementi che la psiche dell'osservatore riconosce a livello inconscio; un'alterità sospesa fra sogno e incubo, metafisica e sonnambula, in cui i confini del reale perdono la loro geografia . Prima dello scatto il corpo è obbligato da colui che sta dietro all'occhio artificiale ad assumere la “posizione perfetta”, attraverso il calvario della tensione: tutto ciò che appare ai nostri occhi, anche se non sembra, è corporeo, lavorato sulla doppia esposizione e con il mascheramento nero. I corpi devono essere totalmente controllabili e i due agenti si alternano nei ruoli di regista e vittima. Siamo ben lontani dal mondo narcisista dove è il soggetto ad imporre il proprio edonismo; a comandare è il risultato finale, che si attua attraverso un gioco scomodo. Sia il cinema, sia la fotografia, sono trattati come fossero pittura: il fatto che il mezzo impiegato sia la macchina fotografica, non impedisce di sconfinare in altri mondi, come era per Cartier Bresson che, graficamente incapace, faceva pittura utilizzando la macchina fotografica. Feltus Feltus, applicando le infinite possibilità offerte dall'emersione delle sagome dal bianco della carta, hanno coniato una sorta di post-divisionismo, attualizzato grazie all'impiego del medium contemporaneo, sfruttando la grana della fotografia.

La ricerca della sintonia democratica che rispetti le diversità, viene risolta nella creazione di scatti che suggeriscono le affascinanti stereoscopie, primi tentativi dell'occhio meccanico di imitare la tridimensionalità della visione oculare, attraverso l'accostamento di due scatti quasi identici; Feltus Feltus (serie “Istances ”, 2005), alternandosi allo scatto, immortalano diversi istanti della stessa scena: ne risultano immagini che, come gemelli omozigoti, sono uguali in tutto pur non potendo coincidere. Dallo scatto si passa al video, e le difficoltà aumentano: mentre la fotografia descrive l'attimo, concentrandovi una vita intera, il video ha il dovere di mantenere il potere dell'istante per il periodo di tutte le istanze di cui è costituito il film, come se ogni rapido fotogramma fosse una delle infinite pennellate che compongono un quadro .

Di un fascino privato ed irresistibile è “Solo Duets” (regia di Joseph Feltus, modellato dei personaggi di Tobias Feltus, durata: 8,52 minuti), un'incursione in una meta-realtà dove un'anima malinconica si sdoppia in due età lontane, che grazie ad una riflessione densa, si fanno carni tridimensionali, distinte ma simultanee. Una riflessione sul pentimento, espressa attraverso atmosfere crepuscolari e scenari annullati dall'assenza di luce, ma che paiono ugualmente scaturire dall'allucinazione. I dialoghi sono affidati agli sguardi, ai movimenti ora legnosi ora impercettibili e alla musica del pianoforte, elemento ambiguo che contiene nella sua definizione, una coppia di opposti. Il parallelo scatenante e obbligato è con il lavoro di “ Brothers Quay”, anche loro americani solo per nascita, anche loro fratelli (gemelli), anche loro innamorati di universi surrealmente inquietanti ed attratti dall'estetica di bambole dalle teste forate e dall'animo triste. Ancora una volta Feltus Feltus ci stupiscono con una citazione che è suggerimento evocativo e non copia. Le entità sdoppiate si riconoscono soltanto per potersi accusare a vicenda, al cospetto musicale di un pianoforte, che li mette alla prova, rendendo palese ed irrecuperabile il fallimento, parabola meravigliosamente espressa dall'incedere lento dei due corpi, con gli occhi bendati: un anziano ormai accecato, che guida un giovane ancora cieco...in direzione del vuoto.